Il Procuratore di Locri, il PM ed altri magistrati hanno rilasciato dopo la sentenza su Mimmo Lucano, una serie di dichiarazioni, in risposta alle libere critiche venute da più parti ed anche da ex magistrati, sulla clamorosa condanna per quasi 14 anni di carcere per l’imputato.
Non siamo d’accordo che i magistrati, parti attive di un processo concluso o in fase di costruzione, rilascino dichiarazioni e in particolare a conclusione di un processo. Il Magistrato non è un essere giuridicamente superiore al popolo italiano, ma un servitore dello Stato , che opera in maniera autonoma dagli altri organi costituzionali, ma è anch’esso giudicabile nel suo operato oltre che dal CSM., anche dalle ulteriori sentenze e si esprime con le motivazioni della sentenza.
Le dichiarazioni a giustificazione del loro operato presuppongono un senso di colpa e sono negative sia se durante un indagine e ancora più gravi dopo una sentenza perché la stesura della stessa indica le motivazioni dell’assoluzione o della condanna. E la sentenza andrà al vaglio del Tribunale dì Appello e eventualmente in Cassazione. E’ scorretto che magistrati di una sentenza di primo grado emettano personali dichiarazioni
Nelle parole di queste dichiarazioni rilasciate a Locri, due concetti espressi da questi magistrati colpiscono di più: avere individuato il condannato come un “bandito” e aver detto che” la sentenza è somma dei vari reati”. Parole che occorre condannare, e che misurano la scorrettezza delle dichiarazioni.
Circa la parola “bandito” in una regione che per vari secoli fino ai primi del novecento vedeva il controllo del territorio tenuto da vari “banditi”, che controllavano sia amministratori locali, sia apparati dello stato compresi i magistrati di allora, e che solo la forza dell’esercito riuscì temporaneamente a debellare (oggi presenti ancora come drangheta e simili), dimostra un pregiudizio infondato nei confronti del processato, anteriore alla sentenza e alle indagini della Procura. Il processato di certo non era motivato nelle violazioni amministrative attribuitegli, da un interesse personale, ma un personale idealismo che non fà di una persona bandito, ma semplicemente un “missionario” come lo sono stati altri personaggi delle rivoluzioni pacifiche.
Circa la espressione “la sentenza è somma di vari reati”, contraddice un vecchio motto latino che anche gli studenti di legge conoscono e che tradotto ci dice ”Conoscere le leggi non vuol dire tenere conto della sola norma ma capire la sua forza e la sua applicazione”. Si perché un giudice dopo aver individuato il reato o i reati deve tenere conto della validità nell’applicarle al caso concreto, tenendo conto anche delle loro conseguenze e dello scopo cui mirava colui che li ha commessi.
Come si vede un pregiudizio iniziale, che non dovrebbe mai esserci in un magistrato, sembra avere contaminato Procura e Tribunale, con una sentenza che applica la matematica ma non lo spirito della legge e della sua applicazione.
Leggeremo la sentenza, e confronteremo questa sentenza e le indagini svolte dalla Procura con le varie precedenti sentenze emesse dallo sesso giudice e dalle indagini svolte in precedenti processi dalla Procura per capire i meccanismi decisionali . Ma questo compito dovrebbe interessare anche il CSM perché la realtà ci dimostra che alcuni magistrati possono sbagliare per vari motivazioni come nel caso di un omicidio colposo punito con due anni di arresti domiciliari.
Piuttosto che prendere le difese dei magistrati del processo di Mimmo Lucano, il CSM dovrebbe richiamare chi dei magistrati rilascia dichiarazioni personali prima, durante e dopo un processo.
