I suoi limiti politici non sono superabili. Calenda sembrava una novità positiva per la politica e per Roma. Purtroppo deve ancora maturare molto per essere un valido politico, cioè una persona capace di
comprendere che i veri problemi di mal funzionamento di una società, sono di natura economica, fra chi è troppo ricco e chi è senza lavoro e reddito per sopravvivere. E se non si limano e risolvono i problemi economici e i conseguenti problemi amministrativi, può accadere quello che è accaduto in Afghanistan o in altri paesi dove il potere viene preso da una minoranza violenta e settaria che si impossessa elettoralmente del governo.Che centra questo con Roma ? Roma è una metropoli, cioè ha in piccolo gli stessi problemi d un grande paese.
Roma ha bisogno di un Sindaco che per prima cosa sappia controllare e far funzionare i vari uffici capitolini, che furbescamente cercano e riescono a fare quello che li pare, spesso con danno alla città e ai cittadini. Ad esempio i problemi della pulizia della città sono dovuti non solo ad una mala gestione dell’AMA, ma anche da una mancata denuncia e intervento dell’Ufficio capitolino che senza inventarsi nulla di nuovo, sappia usare le esperienze del passato aggiornate al presente.
Ecco perché Calenda con alcune sue proposte museali sembra Sgarbi, già sindaco di alcuni paesi che di certo con le sue stravaganti e costose idee, non rimpiangono. Pensate a Sgarbi assessore alla Cultura che magari si inventa un Museo delle scatole di Merda” o una mostra di dipinti eseguiti da pittori sotto effetto della droga, spiegandoci come i grandi artisti e i critici letterari devono usare la droga per “creare”.
L’uscita di Calenda contro Santori e le”sardine”, ci fa presagire quale sarebbe il suo atteggiamento nei confronti di espressioni politiche della periferia romana e quali sarebbero i suoi rapporti con la folla dei senza casa che purtroppo è presente ampiamente a Roma e dei tanti sbandati che affollano la città.
Non, non si può votare chi non sa ascoltare tutti e portare soluzioni che escano dal dialogo cittadini e istituzioni. Roma non ha bisogno di un duce, ma di un infaticabile tessitore che sappia ricucire i tessuti sociali strappati, riportare gli Uffici capitolini all’ordine centrale, ampliare i compiti delle Circoscrizioni avviandole ad una autonomia economica e amministrativa tipica di un comune con le sue responsabilità dirette verso i suoi elettori, trasformare gli enti comunali in società con presenza di capitali privati.
