Lo sanno i romani antichi maestri nel fare la guerra come testimonia l’ampiezza e la
durata e la fondatezza della loro civiltà. Ma avevano anche imparato che senza soldi non si pagano soldati, armi e vettovaglie, così avevano creato un commercio libero sul loro territorio e sulle mercanzie che venivano da altri paesi che ha garantito lunghi anni di pace e di abbondanza e di sviluppo sociale.
Anche noi pensiamo che la strada migliore della politica estera sia la strada della pace, anche se è necessario talora ricorre alle armi per difendere la pace da aggressori esterni. La strada della pace che si conquista, non con ridicoli “fiori” o cose simili, ma con lo sviluppo delle comunicazioni e del commercio libero, dove tutti possono presentare i loro prodotti che si impongono per qualità, originalità e prezzo che sono i termini economici che fanno vincere.
E in questa strada già gli antichi avevano capito che la grande massa delle popolazioni deve avere un reddito sufficiente per assorbire la produzioni. Oggi che la schiavitù è parzialmente finita esiste una fascia produttiva estesa a cui devono essere data la porzione di ricchezza nazionale adeguata al maggior reddito conseguito dall’impresa onde permettere di assorbire in misura crescente i prodotti.
Se un paese ha la capacità di dare il compenso alla classe lavoratrice proporzionato al maggior reddito conseguito dall’impresa allora lo sviluppo ipotizzabile del paese avrà uno sviluppo stabile e una tenuta sociale forte.
Riportando questo ragionamento all’attuale commercio globale e alle sue conseguenze, la politica estera dovrà essere amichevole con chi opera analogamente; invece per gli stati che vogliono operare in maniera violenta , guerre o sanzioni o barriere doganali, la politica estera dovrà essere una politica di difesa, analoga a quella che si deve tenere nei confronti di chi minaccia o tenta azioni di guerra possibili.
Ricordare sempre che chi si inchina alle grandi potenze finirà per soccombere.
