Il passaggio alla motorizzazione elettrica ha un costo miliardario e non solo in Italia ma in tanti altri paesi ancora non è pronta la potenzialità della rete elettrica per produrre l’energia
necessaria per un parco macchine circolante pari al dieci percento del settore.
Si contava sulla costruzioni di nuove centrali atomiche ma il progetto è in forte ritardo e forse non sarà mai realizzato. Dovevano sparire le centrali a carbone ma senza di esse non è possibile neanche far funzionare la produzione di illuminazione e servizi attuale.
E poiché i clienti non sono stupidi, e pochi sono quelli avventati, non sapendo che tipo di macchina oggi scegliere, preferiscono tenersi le vecchie che in ogni caso li permettono di continuare ad essere utilizzate.
Incentivi non servono a far cambiare la stasi del mercato se non limitativamente.
Occorre che le case costruttrici e i governi stabiliscano i termini di CO2 e di particolato ammessi senza pregiudizi non provati, sulle emissioni dei motori termici.
Così i clienti potranno decidere quale macchine, a benzina, diseel, ibride, puntare per una durata di almeno cinque anni senza problemi.
Cinque anni che è il termine ragionevole per pensare ad un principio di adeguamento produttivo delle centrali elettriche se mai saranno utili contro l’inquinamento cittadino, che proprio grazie alla tragica esperienza del covid, dimostra che l’inquinamento delle città si combatte abbattendo l’inquinamento prodotto dalle industrie grandi e piccole e con lo smart working e con e-learning.
