Essere “ buonisti “ è un vanto. Cosa c’è di più bello di chi rispetta il suo prossimo, di chi adempie ai suoi doveri: come padre, madre o figlio o figlia, come membro di una società civile?
Si è un modo di vivere rivoluzionario, costruttivo, tollerante, ma anche severo con se e gli altri.
Un “buonista” dedica una parte del suo tempo ad ascoltare chi ha bisogno di confidarsi, di consolare chi è nel dolore, ad aiutare chi è malato, ad aiutare chi è povero e bisognoso.
Un “buonista” interviene anche in difesa di chi non può difendersi, di chi è sfruttato, di chi è schernito, di chi è calunniato:
Un “buonista “non può essere lontano dalla partecipazione alla vita politica nazionale e internazionale, e agisce perché i governanti rispettino tutti i cittadini, non rubino, non mentano, e a tutti sia data pari dignità sociale e politica.
Un “ buonista" sa commuoversi o gioire nelle vicende della vita, ma si impegna anche ad agire.
Un “buonista “ è quindi un vero “rivoluzionario” che sceglie di costruire senza violenze, una società umana più giusta e saggia, e da vero rivoluzionario sa che la trasformazione della società avviene lentamente e talora questo progresso si ferma o torna indietro, ma un “rivoluzionario” non si scoraggia e continua pazientemente ad operare anche in difficoltà estreme.
Chi ha creato la parola “buonista” anni fa con l’intento di dileggiare chi opera e costruisce con opere di carità fraterna, si è sbagliato due volte: etimologicamente perché Ist finale è un rafforzativo; moralmente perché ha svelato la sua disperazione individuale e la sua invidia verso chi crede nel prossimo e in una società umana migliore.
L’esempio che in piccolo il “buonista” da con la sua azione e la sua vita, è un fattore di crescita e di moltiplicazione di seguaci; facendo del bene, nasce altro bene, come facendo del male nasce altro male. E non è questa una frase vuota, ma una costante di dispersione dell’operare in una società.
Evviva la “rivoluzione buonista” !!
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