In questo ultimi mesi una serie di violenze nei confronti dei giornalisti sono state perpretate in Italia, da parte di chi sente minacciata la impunità della sua attività.
Le ipocrite scuse sentite, sono una presa in giro per tutti i giornalisti e di tutti i cittadini italiani.
Come reagire, come cercare di spezzare queste azioni da parte di criminali o da parte di persone che temono indagini giornalistiche ?
Unendo le forze di tutti i giornalisti italiani, non con inutili dichiarazioni di solidarietà che non salvano neanche la faccia di chi li fa, e non salvano i giornalisti dall’essere colpiti.
L’esempio positivo è quello del “The Daphen Project” dove 18 testate internazionali si sono unite per continuare e denunciare quello che la giornalista uccisa aveva cominciato.
Si può creare anche in Italia una unione di più giornali, per continuare le indagini dei giornalisti colpiti, minacciati, insultati. Continuare le indagini, non vuol dire fare solo interviste ai presunti colpevoli, ma bensì utilizzare tutti i mezzi informatici per raccogliere legami, reati commessi, gli anelli della catena criminale o fraudolenta e portare i dati raccolti ad una pubblicazione quotidiana che rompa l’omertà e il silenzio della paura.
Oggi in Italia le notizie sui crimini fanno sapere tutto sulle vittime, ma ci dicono poco o nulla sui nomi degli aggressori e su i legami con soggetti gregari già noti per il loro curriculum penale.
Occorre invertire i termini dell’informazione: molte notizie sugli aggressori e poche su gli aggrediti. Solo così cesseranno le aggressioni e le minacce. La delinquenza teme la pubblicità, il criminale teme di essere riconosciuto da chiunque, perché chiunque lo può segnalare e denunciare.
Beccaria, da molti mal interpretato, pone in primo piano la garanzia del giusto diritto che una comunità (Stato) ha, ma non ammette che la paura o la rinuncia alla difesa di un diritto da parte di un singolo, possa inficiare la difesa dei diritti di tutti gli altri cittadini.
