del Prof. BRUNO BRUNER
---Il prof.Bruno Bruner è stato mio compagno di classe alle scuole medie. Poi ci siamo persi di vista e ci siamo ritrovati nel P.C.I.
Abbiamo camminato in percorsi diversi. In comune abbiamo avuto il coraggio delle nostre idee, sapendole rimetterle in discussione, senza fanatismi, cercando di comprendere la variabilità della dinamica sociale temporale intorno a noi e in cui abbiamo sempre vissuto e viviamo: Non abbiamo mai avuto paura di perdere il consenso dei vertici e di chi li attorniava,. ma soprattutto non abbiamo mai rinunciato a ragionare con la nostra testa e cultura.
A metà degli anni 70 il confronto fra gli economisti era sostanzialmente determinato dalla discussione della prima crisi petrolifera. Ma si parlava in modo confuso di austerità e limitazioni di consumi.
Mancavano riferimenti a comportamenti concreti e l’analisi non forniva via di uscita.
Ecco un episodio che indica la necessità di confronto urgente fra gli economisti sui problemi del processo di industrializzazione e di riequilibrio in Italia, anche in presenza di shocks esterni.
In un convegno del CESPE, un illustre economista propose una riduzione ai minimi (?) dei salari e non di un salario minimo: un tardo discepolo di A.C.Pigou che, negli anni 30, attribuiva la responsabilità della disoccupazione ai sindacati.
Era un chiaro indizio di sottomissione ad un capitalismo assistito ed un vuoto teorico. Correva l’anno 1974. Fui il solo a contestare aspramente la proposta.
A seguito di questo fatto suggerii a Franco Ferri (segretario dell’istituto Gramsci) una serie di seminari nella sezione economica (coordinata da V.Vitello). Come tema indicai : “ La teoria keynesiana e la proponibilità di una iniziativa riformatrice. Fui incaricato per la relazione introduttiva. La linea di quella relazione era, per quel momento, in qualche modo obbligata: i modelli di sviluppo di derivazione keynesiana, la tesi di Domar sul sorpasso delle economie pianificate rispetto all’economia capitalista, le crisi capitalistiche nella forma generale di crisi di sovrapproduzione, gli effetti della politica monetaria in Italia (campo inesplorato, almeno fino a quel momento, per la sinistra, l’apparente conflitto tra capitale industriale e rendita.
Per le ricerche sui dati, gli effetti del dualismo e gli squilibri territoriali e l’analisi di Saraceno sull’offerta di lavoro, il riferimento era ai lavori dello Svimez.
Per la parte teorica l’analisi di Garagnani su “consumi, investimenti e domanda effettiva”, e il testo di A.Hansen su Keynes (con la prima formulazione della “croce keynesiana”).
Nella letteratura economica era chiaramente distinta la nozione di “sostegno alla domanda” da quella di “Stato imprenditore”. In quella fase storica, la prima si concretizzava, in misura rilevante con la seconda, ma di questa decisiva distinzione, nelle critiche alla presenza dello Stato non vi è traccia.
La critica allo Stato imprenditore, da parte di quelli che si presentarono come anti keynesiani, non si palesò, durante i primi seminari, in modo esplicito, ma assunse la forma di critica alle proposizioni centrali dell’analisi di Garegnani, ad alle ipotesi dei modelli keynesiani: il livello e l’incertezza del reinvestimento dei profitti, l’equilibrio tra risparmi e investimenti determinato dalla crescita del reddito.
In modo particolare la critica era diretta alla irrilevanza dell’elasticità della domanda per investimenti al tasso di interesse (Garegnani) ed alla mancanza di realismo dei modelli di sviluppo che assumevano il tasso di investimento come variabile indipendente del tasso di interesse.
Non era difficile da prevedere il seguito di questa critica e la teoria alternativa: il risparmio determina l’investimento, il controllo della dinamica della domanda e dei salari, momenti necessari per impedire che una redistribuzione, a danno del profitto, arrestasse il processo di accumulazione.
La tesi di Padoan, ripetuta nell’articolo pubblicato su Critica Marxista, capovolge la proposizione di Garegnani, ripropone la teoria neoclassica del tasso di interesse come variabile diretta di riequilibrio tra risparmio e investimenti, il risparmio fonte dell’investimento. Nessun riferimento al ruolo di rendita. Questa tesi è poi moderata da quella della incompatibilità tra consumi e investimenti nel lungo periodo. Ed ancora: la proponibilità di una linea riformatrice, con interventi di natura keynesiana e finalità re distributive, richiedeva per definizione, una struttura dirigistica(Padoan). Il fallimento del keynesismo, richiamato continuamente ma non sorretto da argomenti concreti, e una politica economica orientata a sostegno della domanda, erano di fatto, contestate perché richiedevano la presenza dello Stato e la distorsione del mercato.
Questo modo di rappresentare il rapporto tra consumi e investimenti annullava il ruolo che nell’Italia del dopoguerra, aveva ricoperto lo Stato nel processo di ricostruzione e di accumulazione capitalistica. La tesi della crisi e del fallimento del keynesismo e l’incompatibilità nel lungo periodo di un consumo che penalizza gli investimenti, non poteva essere sostenuta nel caso italiano, dove l’industrializzazione si era concretizzata con processi ad alta intensità di lavoro e bassi salari.
Anche se la tesi era moderata con l’osservazione che il contrasto si sarebbe manifestato nel lungo periodo, mentre nel breve periodo il sostegno alla domanda poteva portare benefici, restava la necessità di limitazioni dei salari per impedire quelle spinte inflazionistiche e distorsioni distributive a danno dello sviluppo. Sulle distorsioni provocate dalla rendita nessuna attenzione. Posso dire che queste idee non traevano indicazioni dalle discussioni in corso presso la facoltà di economia a Roma; le critiche di questo tipo sarebbero state in aperto contrasto con le analisi di Vicarelli ed ancora di più con l’insegnamento di Caffé. Ancora la posizione più sorprendente di Padoan è l’infondata indicazione che i compiti del gruppo di lavoro fossero di indagare sulle cause del fallimento del keynesismo. La traccia proposta per i seminari era quella sopra indicata. Non la tesi della “compatibilità” delle rivendicazioni salariali e la proposta di nuove forme di compromesso sociale, al di fuori di un sistema misto, e tanto meno, l’idea che i salari fossero fissati al di fuori del processo di contrattazione, come una pratica dirigistica avrebbe imposto. Infine il chiaro disegno di espellere il conflitto di classe, come elemento centrale, dalla critica dell’economia politica.
Non poteva essere in alcun modo, questa la base per un discorso sulle condizioni di proponibilità di riformismo. Nessuno pensava che Keynes fosse un nemico mortale del capitalismo ma, al contrario, che fosse un attento osservatore della società borghese e che tentava di porre rimedio agli aspetti più ripugnanti del sistema. La teoria dominante non era in grado di indicare le forme praticabili per il superamento delle contraddizioni ineliminabili del capitalismo e gli interventi che rendessero meno pesanti gli effetti e le distorsioni del mercato. Questa era l’opinione prevalente. L’articolo di Padoan, scelta imposta a Critica Marxista, da conto soltanto delle sue opinioni e riferisce l’esito dei seminari marginalmente.
Il riformismo del quale si voleva individuare le condizioni non era la dilatazione dello Stato imprenditore, ma un processo radicato nella storia del paese e nelle sue caratteristiche di fondo: il ruolo fondamentale dello Stato per generare una domanda compatibile con la piena occupazione e i fallimenti del mercato. Il riferimento alla teoria keynesiana era una necessità per recuperare il ritardo teorico e le forti ricadute sul piano delle proposte di politica economica , ma anche una solida base per eliminare l’inconsistenza delle indicazioni della teoria neoclassica per una prospettiva di sviluppo, in condizioni di equilibrio economico e sociale.
L’errore teorico, che stava facendo saltare tutta la costruzione neo classica (Sraffa e Garegnani): l’infondatezza del concetto di capitale non era stata recepita come decisiva per mettere in discussione i benefici del mercato.
La tesi della “accidentalità dei fallimenti del mercato” e l’indifferenza al fatto che la teoria del “capitale fattore di produzione” era andata in frantumi, erano ancora giudizi blindati.
